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Lun 06/09/2010

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IL MUSEO DI SUCCIVO

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Tra i tanti siti e musei archeologici della Provincia di Caserta sicuramente uno dei più sconosciuti a molti è il Museo Archeologico dell’Antica Atella con sede a Succivo. Il museo fa parte di una fitta rete di musei archeologici costituiti nell’ultimo ventennio in Provincia di Caserta dalla ex-Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta. Infatti, per molti degli antichi centri casertani è stato istituito un piccolo museo, che oltre a raccogliere parte del materiale rinvenuto sul territorio di competenza, è stato dotato di un ampio apparato didattico, in modo da permettere un facile accesso alle informazioni, soprattutto dell’utenza scolastica. I centri interessati sono, oltre a Succivo (Atella), Maddaloni (Calatia), Santa Maria Capua Vetere (Capua), Teano (Teanum Sidicinum), Alife (Aliphae) e Sessa Aurunca (Suessa).
Il Museo dell’Agro Atellano è ospitato all’interno di uno stabile in Via Roma di proprietà del Comune e messo a disposizione della Soprintendenza. L’edificio fu edificato tra il 1870 e il 1872 per essere destinato a carcere mandamentale, funzione che svolse fino agli anni trenta del Novecento, quando divenne Caserma dell’Arma dei Carabinieri, e restò tale fino al 1974. E’ stato aperto al pubblico il 5 aprile 2002, ma la necessità di un museo che raccogliesse le testimonianze dell’agro atellano fu già sentita a partire dal 1966, epoca in cui furono rinvenuti numerosi reperti nell’area urbana dell’antica Atella da parte degli archeologi Alfonso de Franciscis e Werner Johannowsky. Così divenne sempre più imprescindibile la necessità di creare un museo capace di documentare la storia e le vicende dell’agro atellano dalla preistoria all’epoca romana. Atella era una città già dalla fine del V secolo a.C e nel 338 a.C. entrò nell’orbita di Roma come civitas sine suffragio. Conservò una certa autonomia fino al 313 a.C. anno in cui, nel corso della seconda guerra sannitica, insorse contro Roma in favore di Annibale, autonomia rivendicata anche attraverso l’emissione di monete di bronzo a legenda osca. Conseguentemente fu privata di tutti i diritti e il suo territorio confiscato. Nel 63 a.C. è indicata da Cicerone come una delle città più importanti della Campania, che poteva vantare anche l’esistenza di un anfiteatro, come testimoniato da Svetonio. Con l’ascesa dei longobardi divenne dominio longobardo di Capua, svolgendo un ruolo cruciale nella contesa con Napoli per la conquista della pianura campana. Dagli ultimi anni del IX secolo si attestano le prime notizie documentarie dell’abbandono e dell’inizio delle spoliazioni, che raggiunsero livelli massimi nella prima metà del XI secolo, epoca in cui fu fondata la Città di Aversa, che si sostituisce ad Atella come città aggregante dell’agro.
Di Atella è nota soprattutto la fabula o commedia delle maschere, ovvero la rappresentazione teatrale in cui era fortemente accentuato il carattere mordace, e che introdusse personaggi fissi con corrispondenti maschere, quali: Pappus, Dossenus, Bucco e Maccus. Dall’improvvisazione iniziale si trasformò in commedia scritta, raggiungendo una notevole dignità soprattutto a partire dal I secolo a.C.. Fu introdotta e apprezzata a Roma già a partire dal IV-III secolo a.C..
Oggi l’area urbana della città è stata individuata, ma l’unica emergenza sono i resti di un edificio termale, il cosiddetto Castellone, decorato con stucchi, risalente ad epoca tardo-imperiale.
Il Museo è strutturato su due piani. Il primo, con sette sale, espone una selezione di reperti preistorici provenienti da Frattaminore e reperti arcaici venuti alla luce a Gricignano durante i lavori della città della U.S. Navy. Inoltre vi sono materiali provenienti dalle necropoli di Frignano, Villa di Briano, Carinaro e Succivo, databili intorno al IV secolo a.C.. Un’intera sala è dedicata alle necropoli di Caivano e al suo territorio dove di particolare interesse è l’Hydria a figure rosse con scena di Neottolemo che sacrifica Polixena. Nella IV sala sono esposti i materiali provenienti da Aversa, Gricignano e Sant’Antimo. La V e la VI sala espongono materiali dell’area urbana e suburbana di Atella, comprendente parte del territorio di Sant’Arpino e Frattaminore. Nell’ultima sala sono raccolti corredi di necropoli romane, di cui particolare attenzione merita la tomba n. 1 rinvenuta nel Comune di Sant’Arpino.
Il secondo piano è destinato a mostre temporanee e vi sono esposti corredi dell’Orientalizzante antico, fine VIII - inizio VI secolo a.C., provenienti dalla U.S. Navy, che documentano i primi rapporti tra le popolazioni indigene dell’interno con quelle delle colonie greche di Pithecusa, ovvero Ischia, e di Cuma.
Il Museo merita una visita che, se pur breve per le modeste dimensioni, riuscirà ad arricchire e meravigliare il visitatore. E’ aperto tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00 tranne il lunedì, il 1 gennaio, il 1 maggio e il 25 dicembre.

KELLE TERRE: "IL REAL SITO DI CARDITELLO"

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Questa rubrica ha l’ambizione di far parlare alcuni siti o centri della Regione Campania, in particolar modo della Provincia di Caserta, poco noti o quasi del tutto sconosciuti.
Perché “Kelle terre”? Un po’ per orgoglio e sano campanilismo, un po’ perché ricorderemo la storia e la memoria di uomini, istituzioni e territori della nostra Regione. L’espressione è tratta dal brano Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti contenuto nel Placito Capuano. Il Placito fa parte di una serie di verbali processuali registrati tra il 960 e il 963 relativi alle controversie sul possesso di alcune terre contese tra l’abbazia di benedettina di Montecassino e Rodelgrimo d’Aquino. E’ da anni considerato l’atto di nascita della lingua volgare, che per la prima volta acquista la dignità per essere utilizzata in un atto ufficiale.
La rubrica sarà inaugurata oggi con una breve storia del Real Sito di Carditello, presso San Tammaro, complesso che ha la capacità di creare emozioni contrastanti in chiunque lo visita. Un misto di orgoglio, vergogna, pietà, sconfitta personale e civile, ma anche di riscatto.
San Tammaro è un antico casale di Capua posto a sud del Volturno, sviluppatosi intorno ad un'antica chiesa consacrata al santo da cui prende il nome. È una località da sempre nota per lo sfruttamento agricolo del terreno e per antichi boschi, oggi non più esistenti, ricchi di selvaggina. Sono state proprio quelle caratteristiche ad indurre Carlo di Borbone a scegliere quel sito per la costruzione di un casino di caccia.
Percorrendo la strada che dal centro porta ad ovest, verso Casal di Principe e Villa Literno, è la località La Foresta presso cui è l'ingresso della tenuta, la cui costruzione fu iniziata nel 1745. Nel mezzo della tenuta è il casino reale progettato da Francesco Collecini, allievo di Luigi Vanvitelli, e costituito da un corpo centrale ai cui lati si sviluppano due lunghe braccia. All'estremità delle braccia e nei punti di raccordo con la palazzina centrale vi sono delle torrette, mentre prospiciente la facciata principale è un corte dalla forma ellittica circondata da mura. La struttura presenta una divisione interna simmetrica: il pian terreno è munito di due scaloni di accesso al piano nobile messi in comunicazione da un corridoio, dotato di camini, e di ambienti un tempo adibiti a cucine. L'ambiente meglio conservato è la cappella consacrata all'Ascensione decorata con affreschi in monocromo opera di Fedele Fischetti e Domenico Chelli, mentre all'altare maggiore un tempo era collocata l'Ascensione di Carlo Brunelli. Il piano nobile presenta un salone principale con volta affrescata da Fedele Fischetti, mentre gli appartamenti privati, formati da due ambienti, conservano alle pareti degli affreschi che rappresentano vedute da Carditello, scene di mietitura e di vendemmia progettate da Jacob Philip Hackert.
Oltre a essere una delle più importanti opere di architettura neoclassica della Campania in quasi un secolo di lavoro ha rappresentato un laboratorio innovativo per la produzione di mozzarella, per l’allevamento di cavalli, bufale e vacche e per la coltivazione di cereali, foraggi, legumi, canape e lino. Sotto il regno di Ferdinando IV, sospese le cacce e le corse di cavalli, l’indirizzo zootecnico dell’azienda fu ancora più marcato: vennero introdotte le vacche provenienti dalle Alpi Elvezie con il fine di incrementare la produzione lattiera della vacca Podolica, e negli anni furono costruite numerose stalle con lo scopo di migliorare e preservare le razze locali di cavalli e per allevare bufale.
La tenuta, nel 1833, raggiungeva un’estensione di circa 2000 ettari. Dopo l'Unità d'Italia passò alla casa reale dei Savoia e nel 1919 fu donata all'Opera Nazionale Combattenti, con conseguente lottizzazione dei terreni. Dal 1952 è patrimonio del Consorzio Generale di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno, mentre dal 1978, all’interno di alcune stalle, fu istituito il Museo dell’Agricoltura Meridionale che raccoglieva torchi, macine, carri, telai e aratri, necessari per documentare i vari aspetti della civiltà agricola meridionale.
Recentemente, dopo gli sporadici finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione Campania, è intervenuto, nei primi anni del 2000, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali che, seppur in assenza di un progetto complessivo di rilancio, ha cercato di ridurre lo stato di abbandono e di degrado, destinando ai restauri parte dei proventi del gioco del Lotto.
Nel 2001 l’ente proprietario, deliberò, nel contesto di un piano di risanamento finanziario, di alienare la tenuta. A seguito di tale delibera e delle conseguenti proteste di associazioni e cittadini, preoccupati per la sorte del complesso monumentale, esposto, con la vendita a privati, ad assai probabili speculazioni o ad improprie destinazioni, la Regione Campania, nel 2003, manifestò il proprio interesse all’acquisizione al patrimonio regionale del sito, dando mandato agli Assessori all’agricoltura, alle attività produttive, al demanio e patrimonio, ai beni culturali e alla ricerca scientifica di attivare i necessari contatti, stimando il “prezzo del riscatto” tra i cinque e i venti milioni di euro. Alla delibera di fatto non seguì alcuna iniziativa. Con la legge Finanziaria del 2007 la Regione Campania dichiara che “Al fine di tutelare il patrimonio storico della Regione è disposta l’acquisizione al patrimonio regionale del Real Sito Borbonico di Carditello (…) La stima del valore del cespite è effettuata dagli organi e dagli uffici all’uopo deputati e su tale base è definita l’acquisizione per il perfezionamento della quale si provvede con il versamento di tre rate annuali di uguale importo senza oneri finanziari aggiuntivi. L’onere derivante dall’acquisizione del cespite di cui al presente comma grava sui bilanci regionali degli anni 2007, 2008 e 2009 in tre quote di uguale importo.” Ma anche questo non si è tramutato in niente di concreto.
Negli ultimi anni la cronaca relativa alla tenuta è un susseguirsi di storie di degrado, abbandono e impegni mancati. Il meraviglioso monumento è circondato da strade prive di segnaletica e versa in uno stato di abbandono. Nel corso degli anni sono stati trafugati pavimenti, camini, affreschi, colonnine, porte, frammenti architettonici e cornici. Per impedire ulteriori furti, l’edificio è stato murato in alcune sue parti. Oggi tutti attendiamo le conseguenze dell’ultimo proclama, questa volta fatto dal Presidente della Camera di Commercio di Caserta, Tommaso De Simone, che ha dichiarato, in occasione di un convegno, l’intenzione all’acquisto della tenuta e dettato anche i tempi “non intendiamo aspettare più di quindici giorni per la risposta”. Mancano pochi giorni….