Spesso mi diverto a cercare belle opere tra quelle che nemmeno trovano una distribuzione. Sicuramente ce ne sono, non tante, ma ci sono. Io in uno stesso anno, il 2007, ne trovai due. Una in realtà neppure la vidi e già me ne innamorai, si intitolava "Il vento fa il suo giro" ed il suo regista era Giorgio Diritti. Un anno dopo, quando il film lo avevano visto davvero in pochi grazie all'autodistribuzione, il film entrò nella cinquina finale del David di Donatello, affianco a Moretti, Soldini, Mazzacurati e Molaioli, che poi vinse la statuina con "La ragazza del lago". Con la serietà e la professionalità che lo contraddistingue, Giorgio Diritti è andato avanti per la propria strada e non si è fatto tentare dalla voglia di offrirci, al suo secondo film, un'opera che potesse arrivare ad un pubblico meno pigro e più vasto. Ha così messo mano ad un progetto coraggioso quanto il primo. Ha continuato nella sua indagine delle piccole comunità rurali e delle loro identità culturali. Ne "Il vento fa il suo giro" aveva raccontato dell'ostilità con cui un professore francese veniva accolto in un paesino delle Alpi Occitane e lo aveva fatto conservando l'uso della lingua d'Oc. Ne "L'uomo che verrà", fa un grande passo indietro nel tempo e va a ripescare uno dei più dolorosi episodi della resistenza italiana al nazi-fascismo, la strage consumata alle pendici del Monte Sole, nell'Appennino bolognese, più nota come la strage di Marzabotto, costata la vita ad oltre 770 abitanti. Diritti non compie l'errore di Spike Lee e usa i documenti storici con estremo rispetto. Spesso pone la sua camera lontano e ci fa vivere ogni momento rituale della vita della comunità, poi ci porta dentro le case e affida il racconto (visivo) alle innocenti emozioni di una bambina che da quando le è morto il fratellino vive nel silenzio e nell'attesa della nascità del nuovo fratellino. Anche stavolta Diritti non si preoccupa di risultare impopolare e sceglie di conservare l'uso del dialetto bolognese arcaico per il suo racconto. Il risultato? Ne viene fuori un nuovo capolavoro, capace di commuovere ed affascinare i pochi, fortunati spettatori che hanno il privilegio di vederlo. Pochi e fortunati, perchè anche se questa volta il film, passato con grande successo al Festival del Cinema di Roma, trova subito una distribuzione ufficiale, resta comunque fuori dalla programmazione dei multiplex e della maggiorparte delle sale a vocazione prevalentemente commerciale. Come al solito ci vogliono i Cineclub per poter consentire agli spettatori più attenti di arrivare ad un simile gioiello. E ci vuole una pioggia di nomination (16) e di premi vinti al David di Donatello per consacrare definitivamente Diritti tra i grandi registi del cinema europeo. Un po' a sorpresa "L'uomo che verrà" ed il suo regista portano a casa i due premi più importanti dell'Oscar italiano, battendo mostri sacri come il favoritissimo Virzì (La prima cosa bella) e poi Bellocchio (Vincere), Tornatore (Baaria) e Ozpetek (Mine vaganti). Noi che amiamo le scommesse, noi che difendiamo gli autori più coraggiosi festeggiamo con Diritti un premio strameritato. Nel cast del film due brave attrici italiane come Alba Rohrwacher e Maya Sansa, che con grande umiltà sanno prestarsi ad un progetto insolito anche sotto il profilo della recitazione. Brava, e anche lei candidata come miglior attrice protagonista, la piccola Greta Zuccheri Montanari che nel film è Martina.
Francesco Massarelli - Direttore Artistico Cineclub Vittoria Casagiove
Cinema


Shirin Neshat continua la felice tradizione del cinema iraniano, che da oltre 20 anni è oramai protagonista dei festival e del cinema autoriale grazie a registi del calibro di Jafar Panahi, Abbas Kiarostami e Mohsen Makmalbaf. E la Neshat continua anche l'ottima tradizione del cinema iraniano al femminile che ha visto, prima di lei, esordire alla regia Samira Makmalbaf e la fumettista Marjane Satrapi. Ed anche la Neshat, come la Satrapi, arriva da altro campo artistico, essendo lei nota sulla scena internazionale per le sue opere concettuali, per le sue video-istallazioni e soprattutto per quei meravigliosi racconti fotografici del complesso universo femminile in una regione tanto delicata qual è l'Iran. Anche nel suo "Donne senza uomini", opera prima subito premiata con il Leone d'Argento alla regia a Venezia '09, la Neshat continua l'esplorazione della condizione femminile e lo fa con un'opera che ci presenta sotto forma di racconto circolare l'esperienza di 4 donne che provano ad affrancarsi dallla sottomissione maschile e a raggiungere la realizzazione dei propri sogni. La regista sceglie di porre la forza dell'immagine al centro del suo racconto e propone una cifra stilistica sostanzialmente diversa da quelle cui ci ha aveva abituati il cinema iraniano, puntando su una rappresentazione che a tratti si fa surreale ed onirica. La morte è strumento per raggiungere la propria libertà e spazio nel quale vivere i propri sogni, ma non è martirio, nè, guardando le vicende di altre protagoniste del film, è l'unica via. Il velo, da sempre al centro dell'indagine dell'artista iraniana, resta confine tra il pubblico ed il privato, ma si vede poco in questo percorso di conquista di autonomia, talvolta reale, talvolta immaginaria, costruito dalle protagoniste. I loro corpi, finalmente svelati o coperti da vestiti fiorati e colorati, raccontano tutta la gamma delle loro emozioni. Ma di simbolismi nel film potremmo continuare a trovarne tanti altri: sicuramente fanno parte di essi la villa in cui 3 delle 4 protagoniste si ritrovano e quel bosco che la avvolge e che rappresenta una sorta di limbo attraverso cui trovare purificazione e libertà. A suggello delle grandi capacità espressive del film ci sono infine i suoni e i relativi silenzi. Le musiche, bellissime, portano la firma di Ryuichi Sakamoto.
"Basilicata coast to coast" è come un buon piatto a tavola, è difficile parlarne, serve assaggiarlo e gustarlo fino in fondo. Gli ingredienti sono tutti già noti, ma la preparazione del piatto è fatta con tale amore che il risultato è davvero entusiasmante. Tira aria di Marrakech Express in questo road movie che vede 4 amici attraversare a piedi la terra lucana dal Tirreno allo Ionio in un percorso che non sa di scoperta ma di riscoperta, dei propri luoghi e dei propri sogni. Rocco Papaleo è artista poledrico e di indiscusso talento, ma al cinema si era quasi sempre prestato ad opere di fattura esclusivamente commerciale. Il suo debutto alla regia invece se lo costruisce a sua dimensione, regalandoci un'opera semplice e genuina, ma anche intelligente e delicata. Rocco lavora bene su personaggi e situazione e sa mescolare, con consumata maestria, ironia e malinconia. Gli danno una mano importante i suoi ottimi compagni di avventura, dal falsamente spavaldo Alessandro Gasmann alla dolcemente inquieta Giovanna Mezzogiorno. Sono bravi anche Briguglia e tutti i personaggi minori, ma forse è Max Gazzè, il principale catalizzatore delle nostre emozioni. Quell'omino che ha perso le parole per amore e che ritrovandole rischia di perderlo di nuovo è anche il più rispettoso interprete di un magico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che emerge come un'altro degli elementi distintivi del film. E poi ci sono loro, i 2 grandi protagonisti del film: nel ruolo di se stessi, Papaleo e la sua Basilicata si candidano alle migliori interpretazioni della stagione. Rocco restituisce dignità ad una terra, che con la sua bellezza un po' selvaggia è stata spesso anche set di importanti opere cinematografiche, ma che nella realtà politica, sociale e culturale del nostro paese sembra essere una terra fantasma. L'ingrediente che amalgama il tutto conferendogli un sapore speciale è la musica, antica passione di Papaleo. Le note jazz cui stanno dietro artisti del calibro di Rita Marcotulli al piano, Fabrizio Bosso alla tromba, Javier Girotto al sax e Fausto Mesolella alla chitarra, fanno da sfondo ai testi con cui i personaggi si raccontano allo spettatore e forse anche a se stessi. Il film girato con scarsi mezzi economici è la migliore dimostrazione di come in Italia si possano ancora fare commedie divertenti ed intelligenti, fondate sul talento e sull'istinto dell'attore comico. E' solo in virtù di questa semplice costatazione che a tratti durante la visione del film ci torna in mente quello splendido periodo del nostro cinema in cui mettevano per la prima volta mano ad una macchina da presa personaggi del calibro di Massimo Troisi, Carlo Verdone, Roberto Benigni e Francesco Nuti. A Papaleo non resta che augurare che il suo percorso di autore/attore cinematografico possa proseguire su questa linea.
Porta la firma di Pietro Marcello, giovane e talentuoso regista casertano, il film rivelazione di questa stagione. Dura poco più di 70 minuti e alla voce "genere" non sappiamo se scrivendo "documentario" corriamo il rischio di accorciarne il respiro. "La bocca del lupo" è un'opera alla quale affidarsi, lasciandosi trasportare nel suo inusuale percorso che parte dal macro per arrivare al micro. Il film ci porta, grazie ad una meravigliosa raccolta di filmati di repertorio (brava Sara Fgaier, giovanissima montatrice che ha anche curato le ricerche d'archivio), ad una lenta e suggestiva scoperta di Genova e delle sue trasformazioni sociali dal primo dopoguerra ad oggi. E' nel sestriere di Pre', storicamente attraversato da malavita, contrabbando e prostituzione, che ci incuneiamo alla scoperta di tante vite marginali ed è lì che incontriamo l'incredibile figura di Enzo, che dopo 27 anni di carcere vive la tenera storia d'amore con la sua Mary, transessuale conosciuta in carcere 20 anni prima. La lunga attesa di Mary, la sofferenza di Enzo e l'autenticità del loro sentimento sono testimoniate dalle audio-cassette (anche questo è materiale autentico) che si sono scambiate durante la detenzone di Enzo e che hanno fatto da collante al loro amore. Enzo sembra un attore consumato, affronta la macchina da presa con grande sicurezza, la detenzione gli ha imposto un severo controllo del corpo ed oggi ne fa tesoro. Il suo volto è scavato, quasi scolpito nelle sue affascinanti rughe. La fotografia, che lo stesso regista cura in prima persona, è meravigliosa e sui primi piani di Enzo offre immagini che resteranno impresse nella nostra memoria. Poca finzione, poco recitzione, giusto quella necessaria per ricostruire alcuni passaggi del racconto dei protagonisti. Un lavoro di conoscenza e di ricostruzione durato 7 mesi per arrivare all'epilogo che non è un intervista, ma semplicemente il momento in cui i 2 protagonisti sentono la necessità di raccontarsi, di ripercorrere le tappe del loro amore e di condividerle con lo spettatore. Vengono i brividi, Mary è delicata, toccante, Enzo è più aspro, ma pronto a sciogliersi, le loro miserie diventano ricchezza e noi la dividiamo con loro. Le musiche, i pensieri della voce fuori campo, le immagini antiche e quelle di oggi: tutto si amalgama alla perfezione, creando un impasto che sa di un modo nuovo di fare cinema. Il percorso di realizzazione dell'opera è sostanzialmente inverso a quello tradizionale: la sceneggiatura non è più il punto di partenza, ma nasce successivamente, detta i tempi del montaggio e non più quelli delle riprese. L'opera, nata da un progetto della Fondazione San Marcellino dei Padri Gesuiti di Genova, che intendevano raccontare gli scenari di degrado e miseria nei quali operano da anni a sostegno degli emarginati, ha già fatto il giro del mondo, raccogliendo premi a tutti i più prestigiosi festival cui ha partecipato, da Torino (primo italiano a vincere come miglior film in 27 edizioni della manifestazione) a Berlino, dove ha vinto il premio Caligary nella sezione Forum ed il Teddy Awards, come miglior film su tematiche omosessuali. Nel cinema italiano pare sia nata una nuova stella e ci piace sottolineare che questa stella è nata a Caserta.
Ci sono tanti, forse tutti i temi della filmografia di Ferzan Ozpetek in questo "Mine vaganti", eppure sembra di assistere al film di un altro autore. C'è l'immancabile tema dell'omosessualità, c'è il tema della famiglia, ci sono i temi del ricordo e del passato. Ci sono, ed anche quelle sono oramai immancabili nel suo cinema, le grandi tavolate. E' proprio intorno ad un tavolo che si consumano, come spesso accade anche nelle nostre famiglia, i momenti più importanti del film, quelli delle rivelazioni, quelli degli incontri e degli scontri. Ferzan è bravissimo in più di un occasione a far danzare la macchina da presa, quasi come in un girotondo, catturando a turno gli sguardi e i sentimenti di tutti i commensali. Fin qui è l'Ozpetek che già conosciamo, che qualche volta ci è piaciuto ed altre volte no, e che forse proprio in questo suo continuo riproporsi sugli stessi temi in qualche caso ("Saturno contro") abbiamo considerato remake di se stesso ("Le fate ignoranti). Ma stavolta c'è qualcosa di completamente nuovo ed inaspettato. Cambia completamente il tono della narrazione e dal dramma romantico si passa alla commedia a tratti esilarante. Non mancano i luoghi comuni e una certa indulgenza nell'affondare il colpo, ma la grazia e l'ironia del racconto sono tali da far pendere decisamente il giudizio verso la piena approvazione. Le amarezze e le malinconie sono sottili, nascoste dietro i volti dei personaggi del film. E' sicuramente in crescita Scamarcio, che ha sufficiente simpatia per sostenere il ruolo del protagonista; è un po' statuario, ma sta nella parte anche Preziosi; è sontuosa nella bellezza forse più che nella recitazione Nicole Grimaudo. Ennio Fantastichini, Lunetta Savino (il cui personaggio somiglia a tanti altri da lei interpretati quando si gira in Puglia, non ultimo la moglie di Placido in Oggi Sposi) e con loro Massimiliano Gallo (che fu splendido in Fortapàsc) sono l'incarnazione della cultura maschilista dell'estremo sud e da questo punto di vista non sfuggono ai connotati della prevedibilita. Ma la vera forza del film sta nei personaggi di contorno: da Ilaria Occhini, la "mina vagante che con la sua emancipazione ha sempre fatto saltare gli ipocriti equilibri familiari, ad Elena Sofia Ricci, che ci regala la splendida figura di zia Luciana, donna che sorvola con leggerezza, ma non senza dolore, la vita. E sono meravigliose le due domestiche, che osservano il mondo che li circonda non senza evitare di commentarlo, a volte addirittura prendendolo, letteralmente, in canzone. Gli amici gay di Tommaso, aggiungono vitalità e freschezza e, seppur tratteggiati in maniera leggermente macchiettistica, offrono situazioni davvero divertenti. E ridendoci così tanto sopra a lungo perdiamo di vista il vecchio Ozpetek fino a ritrovarlo nella bella scena finale, dove passato e presente si confondono, dove le amarezze dei protagonisti assumono finalmente spessore, ma lo fanno per trovare definitiva consolazione. E' solo un sogno o forse no? Ozpetek per una volta si è divertito a cambiare le carte in tavola. E, quel che più conta, ci ha divertito! 








