I cattivi vivono per mangiare e bere, mentre i buoni mangiano e bevono per vivere.
Socrate
Sia i buoni che i cattivi dovrebbero mangiare e bere meglio e vivere di fantasia.
me medesimo
- Te lo avevo già raccontato, allora girava ‘sta battuta scema sul cugino elettricista di cuntachinde e a Saverio accuminciarono a chiamarlo cuntatore, ma non c’azzeccava l’elettricità era per le sue capacità di fare i conti.
- ’O cuntatore non sbaglia mai, può fare i calcoli più complessi a mente, è un dono naturale, non da tutti.
- E’ ‘n animale, ‘n animale che vive con gli animali ma il pataterno gli ha fatto ‘sto dono, ‘na mente che nemmeno caccioppoli.
La thema scura, nera, bludiplomatico? da cui osservavano la fràveca, era accostata lungo il fosso della provinciale e nell’oscurità brillavano solo i led interni e la tastiera del cellulare di Giorgino ‘O ‘ncensurato.
- Cioè Giorgì tu mi fai sapere che ci dobbiamo incontrare, mi prelevi appena arrivato da Roma, mi porti in aperta campagna per parlarmi di questo contatore, per farmi vedere la sua casa.
- Ma Gio’ ti ha dato di volta il cervello? ma ti rendi conto del momento?
Aveva una felpa e dei pantaloni da tuta blu, il Potentato. Chiamiamolo così, manzonianamente, anche per non incorrere in rischi di sapere troppo, io e voi.
Aveva dismesso il doppiopetto gessato grigio, la sua divisa, per quell’abboccamento aveva invertito la scriminatura e tolto gli occhiali.
Era nervoso, molto nervoso. Chiaro, si stava giocando la sua candidatura, ancora pochi giorni e sarebbe stata ufficializzata. E anche qui è meglio, per me e per voi, sorvolare sul partito di appartenenza, o meglio il partito a cui era planato dopo un bel salto di quaglia.
- Lo sai com’è papà mio, prima i soldati e poi i capi è il suo detto.
- E’ affezionato a Saverio, anzi ha con lui un debito di riconoscenza.
- A mio padre Alfredo mancò poco di finire come alcapone beccato dal fisco per transazioni di terre e allevamenti.
- Solo ‘o cuntatore seppe toglierlo dagli inghippi con un giro calibratissimo di fatture e controfatture.
Il Potentato che a stento controllava il nervosismo, e la fifa di controbattere, si convinse a giocare le sue carte migliori. Un bel pistolotto in politichese, blando, mellifluo come funziona sempre.
- E sono d’accordo, certo la politica della tutela dei sottoposti ha sempre ripagato nel passato, la fiducia degli uomini nell’organizzazione non veniva mai a mancare se i capi si preoccupavano per loro.
- Ma come gestite ora la struttura, tu e gli altri? Non avete abbandonato il paternalismo dei vecchi boss per organizzarvi come un’impresa dove ognuno ha il suo salario, la sua retribuzione a seconda del personale apporto e ruolo al suo interno?
- Te lo vedi un industrialotto chiedere dei problemi familiari o finanziari di un suo dipendente, te lo vedi impegnato a risolvere i problemi personali di qualche operaio perché altrimenti questo non lavora bene?
- Ma son cose dell’ottocento, ora lo sostituisce immediatamente e non deve nemmeno renderne conto a qualche organizzazione sindacale.
- Questo è il sistema adesso, son trascorsi i tempi della nco, son finiti i tempi del don che vede e provvede a tutto.
- E tu lo sai, tu non agisci più come agiva tuo padre.
Il pistolotto non stava funzionando, il Potentato se ne accorgeva. ‘O ‘ncensurato stava piegando la testa nella sua caratteristica maniera di quando non era d’accordo e questo lo preoccupava. Conoscendolo da quando era ragazzo sapeva quanto Giorgino riusciva ad incattivirsi e divenire incapace di controllarsi.
Meglio tentare con l’adulazione.
- Ohi Giò tu sei della generazione dei colletti bianchi, e fra questi sei il più intelligente, il più furbo, quello che non a caso chiamano l’incensurato.
- Nessun pm ha mai raccolto prove contro di te, proprio perché hai sempre evitato, anche seguendo i miei consigli te lo devo ricordare, di fare piazzate inutili e soprattutto sanguinarie.
- Tu hai un megaufficio al centro direzionale, hai contatti con l’imprenditoria buona, con i politici e soprattutto con me.
- Sai come chiamano i sociologi e gli analisti il tuo, il mio sistema.
- Lo chiamano alta camorra, l’alta camorra che ha connessioni con il mondo economico, con quello decisionale della politica, con quello dei tecnici e alla fine, ma proprio alla fine, con la bassa camorra, quella delle famiglie che controllano militarmente i vari quartieri e zone avendo come ultima manodopera l’infimo muschillo spacciatore.
Ancora sollevava il naso dalla sua piastrina di platino, un optional abituale per Giorgino quando sniffava, mentre scapezzò con violenza e si diede il solito colpetto sulla fronte.
Quasi tutti noi l’abbiamo visto fare nei film, ne abbiamo un’idea e a questa dovete solo aggiungere la finezza dello specchietto di platino.
Ritorno su questo oggetto perché, usandolo Giorgino per controllarsi i denti dopo i pasti e una sommaria pulizia con lo stecchino, capiate che per quanto colletto bianco egli non ha perso i modi della bassa camorra, anzi il suo colletto è spesso macchiato di sugo e quant’altro.
- Allora Potè ora te la spiego tutta e vorrei non ritornarci più.
- Saverio il contatore non è un compariello qualsiasi, nel corso della sua vita e dell’impegno cieco per il clan ha messo da parte tanti di quei segreti e una banca dati da rendersi esclusivamente indispensabile.
- Il lavoro di pastore, che svolge con autentica passione, maschera capacità economiche e finanziarie che surclassano abbondantemente quelle di tutti i miei commercialisti messi insieme.
- È lui che controlla periodicamente tutti i conti di quella che tu chiami impresa d’alta camorra, lui stabilisce quanto vanno e a chi vanno le quote parti degli utili di quest’impresa.
- Anche tu e io siamo inquadrati nei bilanci di Saverio, fra le sue cartuscelle non mi meraviglierei di trovare appunti su quanto possa io spendere in coca annualmente e quanto ti fottano le tue donne mensilmente.
Fu come una folgorazione per il Potentato. Quasi soffocò per la sorpresa della rivelazione che gli era balenata ascoltando Giorgino.
- Cioè tu mi stai dicendo che potrebbe ricattarci? Divenire una gola profonda degli sbirri?
Cadeva tristemente in un linguaggio, anche desueto, da bassa camorra. Abbandonava ogni contegno ed ogni controllo debitamente imparato in anni di studi, politica e scuola di dizione che gli aveva fatto sparire quel brutto accento paesano.
Il Potentato preoccupato ritornava bambino, si ritrovava sulla schianata con gli altri a parlare in gergo camorristico dei fatti camorristici. Si ritrovava amico di Alfredo a pensarsi capozona e braccio destro con la missione di chiudere per sempre quel cesso della bocca di Piet’ ‘o leccalecca. Gli sparavano con l’indice ma era facile immaginarlo freddo e nero, come era facile pensare la loro graziella una kawasaki 750 che ripartiva sgommando dopo il colpo di grazia in faccia allo schifoso boccaperta.
- Lo sta già facendo, Potè.
- Papà gli ha detto per l’ultima volta che la sua casa non è sanabile, che è impossibile fargliela completare.
- Quando ha capito che le nostre forze si fermavano davanti alla sua ordinanza di abbattimento non ha voluto sentire più ragioni.
- Quattro ville, finite, lussuose gli ha offerto mio padre.
- Insomma , Potè, tu sei l’ultima possibilità, non ti avrei scomodato se ci fossero state altre soluzioni.
Il Potentato stava già pensando all’archivio nascosto del contatore, a come sarebbe stato offerto all’attenzione di un magistrato, a come la loro alta camorra sarebbe svanita a causa di un cocciuto pecoraro che nessun soldo o minaccia poteva piegare. Doveva riprendere il controllo di sé.
- Ma Giorgino, la vedi anche tu la situazione di questa costruzione.
- Ma nemmeno volendo fare una legge, trovare un escamotage solo per questa faccenda, per lui, solo per lui come fa chi so io.
- Ma nemmeno falsificando piani, planimetrie, catastali o qualunque pubblico atto amministrativo si potrà trovare la soluzione a questo problema.
- Nessuno si farà corrompere per chiudere un occhio, ‘sto inguacchio è troppo grosso.
- Nessun condono potrà sanare una situazione pregiudizievole per la sicurezza pubblica e, soprattutto, desumo che la proprietà della superficie non è certo più del contatore che sarà stato abbondantemente risarcito dall’esproprio da parte pubblica quando realizzarono la strada sopraelevata.
- Niet Giò, non si può fare.
La mascella di Giorgio vibrava per il nervosismo. Se il Potentato gettava la spugna significava che per le vie traverse non ci sarebbe stato alcun modo per accontentare Saverio il contatore e che toccava a lui assumersi la soluzione finale in merito alla questione.
- Va bene, Potè, va bene.
- Allora significa che questo incontro lo sfruttiamo per meglio definire le strategie della tua elezione.
- Ce ne andiamo a mangiare e bere e a Saverio penserò con un po’ di fantasia.
Il racconto che precede è frutto di fantasia e mai potrebbero verificarsi, a mio parere, circostanze e discorsi del tipo raccontato. Quantunque qualcuno riconosca fatti, luoghi e personaggi dovrà ritenere tale eventualità figlia del solo caso. Grazie.
Fatti reali e/o leggende paesane sono quelli che seguono, alcuni, per la loro ormai ampia distanza temporale mancano fortunatamente di rischi di saperne troppo, sempre per me e per voi, e che servono ad introdurre la periodica ricetta culinaria.
Fritto di rane ed anguille.
Strano destino ha accomunato queste due specie acquatiche. Una comunanza non unica. In comune la natura, l’evoluzione, li ha dotati di una vita all’insegna della metamorfosi.
La rana, anfibio per eccellenza, nasce in acqua e diviene adulta, capace di vivere all’aria assumendo svariate forme fisiche.
L’anguilla ha metamorfosi ancora più complesse nella sua crescita tanto da divenire quasi - mi si perdoni l’azzardo dell’affabulatore - psicologiche nel nascere nel Mar dei Sargassi e qui farvi ritorno da adulta, anche dopo un ventennio vissuto nelle nostre acque dolci, per procreare e morire.
Orbene le due specie hanno un’altra comunanza: entrambe sono gradite al palato della nostra specie.
Io, che non ho ancora mezzo secolo, ricordo di una femmina che vendeva le rane per strada strappando le loro capozzelle con un morso e scuoiando la pelle con uno strappo. Era velocissima e, devo dire, lo era anche nell’afferrare le monete.
Ricordo che da ogni nostro pescivendolo, o al mercato quando quello del pesce si svolgeva ancora sotto il porticato dell’ex piazza Principe di Napoli, erano esposte pigre anguille in scatolari vasche d’acqua.
Ma la cottura in frittura dei due animali, nonostante fossero un cibo atavico per le nostre genti di pianura, di corsi d’acqua ristagnanti, veloci come il Clanio o successivamente irreggimentati nei Regi Lagni borbonici, non era una cosa diffusa in famiglia, o almeno in quelle meno abbienti, visto il costo dell’olio o dei grassi utilizzabili.
Si friggeva ma lo si faceva nelle cucine delle osterie, delle cantine, dove la frequenza degli avventori rendeva conveniente tenere alla giusta temperatura, dai 160 ai 180 gradi, i grassi.
Fra gli abituali avventori locali di queste cantine vi erano i guappi, i camorristi che potevano permettersi di frequentarle tutti i giorni ed eleggerle quasi a loro ufficio privato dove potevano ricevere e lanciare segnali e messaggi per la corretta gestione della mala res e dove poteva capitare di essere raggiunti dal fuoco di qualche esordiente del settore.
Prima della camorra eletta a sistema dei nostri giorni, prima dell’alta camorra dei colletti bianchi, c’era una camorra rurale, autarchica e organizzata a livello feudale.
I suoi esponenti, compresi quelli della svolta cutoliana, fino all’ultimo ommo ‘e panza meroliano, erano personaggi pubblicamente riveriti e onnipresenti nella vita paesana.
Questi mangiavano e bevevano in osteria e spesso ordinavano il fritto di anguille e/o di rane.
La ricetta è semplicissima. Dopo aver eviscerato le anguille - operazione delle più complesse visto le loro viscidità e coriacità nel morire - e spellate le rane – operazione delle più rare oggigiorno visto che si trovano già pulite e congelate - vanno infarinate, gettate in immersione nell’olio caldo e adagiate su carta assorbente a fine cottura per eliminare l’olio superfluo.
Stop.
Il piatto va servito caldo ed accompagnato con un vinello bianco freddissimo. Consiglierei un asprinio aversano o meglio la sua versione angioina di spumante.














