Si potrebbe scrivere una guida del mondo alternativa e fantasiosa con la carrellata di “stranezze” – spesso portate a casa dai viaggiatori, ma a volte anche accolte per sentito dire e riportate da seconda o terza mano – che si narrano sui popoli diversi dal proprio. Quanto più ci si allontana per cultura e abitudini, tanto più il numero delle “stranezze” aumenta e si colora di dettagli non sempre verificabili. L’apertura mentale di poter essere a propria volta considerati “strani” per qualche consuetudine o comportamento resta quasi sempre solo chiacchiera, perché alla fine si è troppo usi a considerare normali e universali i propri atteggiamenti, e quando li si vede disattesi o addirittura capovolti non si trattiene una certa perplessità.
“Leggero il passo sui tatami” è un libro interessante perché fornisce una specie di doppia lettura, di andata e ritorno di questa attitudine al giudizio. Antonietta Pastore è l’autrice, nonché la protagonista, di quella che si potrebbe definire anche una raccolta di esperienze sul campo. Lei è italiana, il marito giapponese, e nel 1977 decidono di lasciare Parigi per trasferirsi a vivere in Giappone: da qui inizia il suo rapporto con questo nuovo, affascinante, vario, ma anche per certi versi complicato Paese; da qui inizia, tra progressi e stalli, la sua esperienza di integrazione; da qui il valzer delle incomprensioni. Separarsi dal marito, e perdere dunque quel filtro e quel riferimento, la esporrà ancor più alla difficoltà di convivere con un popolo che non sempre capisce – e che dunque non sempre riesce ad apprezzare; ma in verità le occasioni di stupore, irritazione, fascino – legate alla scoperta del Paese che l’accoglie – si rivelano innumerevoli dal primo all’ultimo dei sedici anni che trascorre lì. Coglie comportamenti informati alla più profonda spiritualità o improntati alla più rigida formalità, o che oscillano tra una ferrea tradizione e una modernità roboante; si trova a fare il bagno a casa di persone che conosce ben poco, perché rifiutare la generosa (e ponderata) offerta sarebbe ritenuto molto scortese; scopre, appena poco prima di tornare a vivere in Italia, di essere stata maleducata e sgradevole quando si è soffiata il naso in pubblico (e chissà quante volte le è capitato, pensa con orrore): in Giappone è meglio tirare su – e questa è una delle note più famose e inflazionate della guida ipotizzata. Si rende conto, e questo è il ritorno di quel viaggio dei pregiudizi di cui si diceva, di essere spesso stata oggetto delle stesse valutazioni, delle stesse incomprensioni (ma anche dell’enorme educazione e pazienza d’averli compresi e sopportati quasi sempre) operate da lei stessa. In questo libro – il cui limite risiede forse nell’avere una forma un po’ troppo didattica, aneddotica, con i brani quasi sempre conclusi da una “morale” del racconto – la conoscenza reciproca avviene, lo scarto è sanato, l’affetto verso il Giappone e il suo popolo (ma anche quello del nuovo compagno, degli amici e dei conoscenti giapponesi verso di lei) è sincero e consapevole – frutto d’emozione e bellezza, ma anche di pensiero e comprensione.
Leggero il passo sui tatami
192 pagine
Einaudi
Euro 13,50



“Seminario sulla gioventù” è il primo romanzo di Aldo Busi che leggo, e mi sento terribilmente in ritardo per questo (tra l’altro mi era stato regalato da mia madre ben diciannove anni fa, quando ne avevo diciotto). Mi sento anche un bel po’ manchevole, a onor del vero, perché a me Busi è sempre piaciuto. È evidente a questo punto che sino a oggi mi piacesse l’Aldo Busi persona pubblica, che mi piacesse il suo modo di parlare; come adesso mi piace quello di scrivere. Il suo pensiero mi sembra tra i più originali (ma forse il più originale) tra quelli in cui mi sono imbattuta – non so neppure se per originalità in senso stretto; forse per verità, sincerità, precisione delle cose che dice. Queste stesse verità, sincerità e precisione rendono istruttive e appassionanti anche le pagine di “Seminario sulla gioventù”, e consegnano al lettore non solo le tanto frequenti esortazioni a pensare, ma dei pensieri belli e fatti. Pensieri precisissimi, finiti, e spiegati a chiare lettere. Il mio fallibilissimo parere è che questo avvenga perché Busi non si accontenta di spingere genericamente il lettore a ragionare; vuole proprio che sappia quelle cose, che quelle cose veda. E infatti gliele mette davanti con brutalità; una brutalità però talmente analitica da risultare sopportabile, e anzi godibile. Grazie anche, naturalmente, a una lingua straordinaria.
“La doppia seduzione” è un libro dalla gestazione lunga e articolata. Il suo autore vi mise infatti mano la prima volta nel 1956 quando, più o meno ventenne e sotto l’influsso culturale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, riscrisse e corresse il testo le prime sette volte (in tutto le stesure pare siano state undici). Francesco Orlando fu allievo di Tomasi di Lampedusa, delle cui lezioni sulla letteratura inglese e su quella francese fu il principale destinatario, e dal quale raccolse a quell’epoca un giudizio assai positivo su quello che sarebbe stato poi “La doppia seduzione”.
Io cammino molto. Mi piace. E poi mi è utile, visto che non guido; ma questo adesso non c’entra. C’entra il piacere di camminare, che è anche un piacere faticoso a volte, ma soddisfa anche per quello; e il piacere di tutte le cose che uno può metterci dentro. Io ci metto dentro persino la lettura, perché – anche se mi ripetono tutti che è strano, ed è strano che ci riesca – mi viene invece proprio naturale leggere camminando. È come se il passo mi desse un ritmo che addirittura sostiene la mia concentrazione sulle parole. Incastrare così due piaceri tanto grandi non è poca cosa, quindi – anche se tutti mi ripetono pure che un giorno andrò a finire contro un palo – finché funzionerà lo farò. Anche Tomas Espedal tiene in stretta relazione il cammino e la lettura (anche se non nel mio modo), e anche la scrittura per la verità (per la quale lui trova spesso ispirazione durante i suoi spostamenti). Il libro si chiama, manco a dirlo, “Camminare”. È un’opera curiosa e originale, difficile anche definirne il genere: in libreria quasi certamente lo troverete nella letteratura di viaggio; ma molto probabilmente non lo rimettereste lì dopo averlo letto. Il sottotitolo è “Dappertutto (anche in città)”, perché l’autore-protagonista è un vero camminatore, uno di quelli che percorre a piedi tappe di viaggio, lunghe distanze, itinerari attraverso Paesi lontani dal suo. La lettura appartiene a questi spostamenti perché, tra i pesi ben selezionati da caricarsi sulle spalle, i libri trovano quasi sempre posto – salvo doversene ogni tanto necessariamente liberare come di una zavorra una mongolfiera. Non solo: consegna al lettore anche una serie interessante di riferimenti letterari (o biografici su artisti) in diversa maniera legati (e favorevoli) al camminare.
“Giorni di ghiaccio” di Marco Confortola è più cose insieme: è certamente un racconto autobiografico; è il resoconto personale di un’esperienza che è anche un fatto di cronaca (una drammatica spedizione sul K2); ed è un libro che dice delle cose forti sull’umanità e sulle sue molteplici sfumature, sui punti di vista dai quali si può guardarla e persino viverla, sulla relatività di certi gesti. Confortola è alpinista estremo, guida alpina, tecnico di elisoccorso, maestro di sci; ed è soprattutto uno che ha scalato alcune delle montagne più alte del mondo, i famigerati ottomila metri. Per descrivere cosa si prova quando ci si trova davanti a uno di loro e si sta per affrontarlo, scrive: “È un momento di pura spiritualità, o di sola fisicità, non lo so”. Questa è la frase del libro che mi è piaciuta di più. Tra l’altro io penso che la pura fisicità e la spiritualità siano la stessa cosa a volte. Ma credo anche che questa affermazione sia la miglior sintesi del senso che ciò che fanno Confortola e quelli come lui racchiude. Dire che salire in vetta a un ottomila metri è un atto di resistenza fisica – così come dire che equivale a provarsi, superarsi, arrivare al limite, mettere in conto che si può rischiare la vita – è scontato. Anche se c’è da aggiungere chiaramente che il controllo della propria testa e delle proprie emozioni è altrettanto fondamentale per arrivare in cima, e (cosa per nulla più semplice, anzi) per tornare a valle. Ma uno non sale sull’Everest, sull’Annapurna o sul K2 solo per controllare se è allenato. Lo scarto di senso è lì: quello sforzo fisico estremo si trasforma in qualcosa che – amplificandone al massimo le possibilità – trascende il corpo. Senza dimenticare che questo sforzo si compie tra il biancore della neve e i ghiacci, nel silenzio assoluto, sovrastati dalla montagna, al cospetto di tutta la potenza della natura – e la natura cos’è, se non di nuovo pura fisicità e assoluta spiritualità? 








