Maurilia

Mer 08/09/2010

Ultimo Aggiornamento:09:00

Libri

Leggero il passo sui tatami - di Antonietta Pastore

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Si potrebbe scrivere una guida del mondo alternativa e fantasiosa con la carrellata di “stranezze” – spesso portate a casa dai viaggiatori, ma a volte anche accolte per sentito dire e riportate da seconda o terza mano – che si narrano sui popoli diversi dal proprio. Quanto più ci si allontana per cultura e abitudini, tanto più il numero delle “stranezze” aumenta e si colora di dettagli non sempre verificabili. L’apertura mentale di poter essere a propria volta considerati “strani” per qualche consuetudine o comportamento resta quasi sempre solo chiacchiera, perché alla fine si è troppo usi a considerare normali e universali i propri atteggiamenti, e quando li si vede disattesi o addirittura capovolti non si trattiene una certa perplessità.
“Leggero il passo sui tatami” è un libro interessante perché fornisce una specie di doppia lettura, di andata e ritorno di questa attitudine al giudizio. Antonietta Pastore è l’autrice, nonché la protagonista, di quella che si potrebbe definire anche una raccolta di esperienze sul campo. Lei è italiana, il marito giapponese, e nel 1977 decidono di lasciare Parigi per trasferirsi a vivere in Giappone: da qui inizia il suo rapporto con questo nuovo, affascinante, vario, ma anche per certi versi complicato Paese; da qui inizia, tra progressi e stalli, la sua esperienza di integrazione; da qui il valzer delle incomprensioni. Separarsi dal marito, e perdere dunque quel filtro e quel riferimento, la esporrà ancor più alla difficoltà di convivere con un popolo che non sempre capisce – e che dunque non sempre riesce ad apprezzare; ma in verità le occasioni di stupore, irritazione, fascino – legate alla scoperta del Paese che l’accoglie – si rivelano innumerevoli dal primo all’ultimo dei sedici anni che trascorre lì. Coglie comportamenti informati alla più profonda spiritualità o improntati alla più rigida formalità, o che oscillano tra una ferrea tradizione e una modernità roboante; si trova a fare il bagno a casa di persone che conosce ben poco, perché rifiutare la generosa (e ponderata) offerta sarebbe ritenuto molto scortese; scopre, appena poco prima di tornare a vivere in Italia, di essere stata maleducata e sgradevole quando si è soffiata il naso in pubblico (e chissà quante volte le è capitato, pensa con orrore): in Giappone è meglio tirare su – e questa è una delle note più famose e inflazionate della guida ipotizzata. Si rende conto, e questo è il ritorno di quel viaggio dei pregiudizi di cui si diceva, di essere spesso stata oggetto delle stesse valutazioni, delle stesse incomprensioni (ma anche dell’enorme educazione e pazienza d’averli compresi e sopportati quasi sempre) operate da lei stessa. In questo libro – il cui limite risiede forse nell’avere una forma un po’ troppo didattica, aneddotica, con i brani quasi sempre conclusi da una “morale” del racconto – la conoscenza reciproca avviene, lo scarto è sanato, l’affetto verso il Giappone e il suo popolo (ma anche quello del nuovo compagno, degli amici e dei conoscenti giapponesi verso di lei) è sincero e consapevole – frutto d’emozione e bellezza, ma anche di pensiero e comprensione.

Leggero il passo sui tatami
192 pagine
Einaudi
Euro 13,50

Seminario sulla Gioventù - di Aldo Busi

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“Seminario sulla gioventù” è il primo romanzo di Aldo Busi che leggo, e mi sento terribilmente in ritardo per questo (tra l’altro mi era stato regalato da mia madre ben diciannove anni fa, quando ne avevo diciotto). Mi sento anche un bel po’ manchevole, a onor del vero, perché a me Busi è sempre piaciuto. È evidente a questo punto che sino a oggi mi piacesse l’Aldo Busi persona pubblica, che mi piacesse il suo modo di parlare; come adesso mi piace quello di scrivere. Il suo pensiero mi sembra tra i più originali (ma forse il più originale) tra quelli in cui mi sono imbattuta – non so neppure se per originalità in senso stretto; forse per verità, sincerità, precisione delle cose che dice. Queste stesse verità, sincerità e precisione rendono istruttive e appassionanti anche le pagine di “Seminario sulla gioventù”, e consegnano al lettore non solo le tanto frequenti esortazioni a pensare, ma dei pensieri belli e fatti. Pensieri precisissimi, finiti, e spiegati a chiare lettere. Il mio fallibilissimo parere è che questo avvenga perché Busi non si accontenta di spingere genericamente il lettore a ragionare; vuole proprio che sappia quelle cose, che quelle cose veda. E infatti gliele mette davanti con brutalità; una brutalità però talmente analitica da risultare sopportabile, e anzi godibile. Grazie anche, naturalmente, a una lingua straordinaria.
Di solito non mi piace, o mi piace meno, raccontare la trama di un libro. Mi sembra che non sia quello il modo di “spiegarlo” – per quanto, chiaramente, limitarmi a ciò che ne ho pensato resta un modo soggettivo e opinabile di parlarne. Però, insomma, della storia dirò solo che è quella di Barbino e della sua crescita. Dall’infanzia in un piccolo paese al suo giovanile viaggiare per il mondo; rinnegando chiusure, gestendo violenze e passando per le esperienze più varie, soprattutto per la sessualità.
Io non vedo l’Isola dei famosi, non mi piace, mi irrita e mi fa tristezza. Ma credo che la maggior parte di quelli che affermano di non sapere nulla dei programmi come l’Isola (che chiaramente non seguono) dica una bugia. Oggi basta fare un giro in internet, sfogliare un giornale, accendere la televisione e trovarsi davanti uno degli almeno quindici programmi che parlano del programma incriminato; basta addirittura seguire un telegiornale, per sapere praticamente tutto quello che è avvenuto in ogni puntata. E allora, io tutto quello che è avvenuto a/con/contro/per Busi all’Isola dei famosi lo so benissimo; e mi ha procurato una sensazione ben precisa e molto sgradevole. Mi ha procurato rabbia, una rabbia disarmata dalla propria incredulità. E a procurarmela è stata l’incomunicabilità totale tra Busi e gli altri partecipanti, un’incomunicabilità insormontabile anche perché persino negata dall’arroganza di chi neppure la riconosceva; e quella rabbia è la stessa – in scala – che le persone che pensano, che vivono civilmente, che hanno idee e (parola assai scabrosa) valori, provano in questa società.
Busi ha più volte esortato le persone interessate a lui a interessarsi piuttosto alla sua opera. Io sono partita interessandomi a lui, e ora che mi sono interessata alla sua opera l’ho trovata bella e illuminante. Così, spero di continuare a “comunicare” con lui attraverso lei.


Seminario sulla gioventù
409 pagine
Mondadori
Euro 9,80

La Doppia Seduzione - di Francesco Orlando

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“La doppia seduzione” è un libro dalla gestazione lunga e articolata. Il suo autore vi mise infatti mano la prima volta nel 1956 quando, più o meno ventenne e sotto l’influsso culturale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, riscrisse e corresse il testo le prime sette volte (in tutto le stesure pare siano state undici). Francesco Orlando fu allievo di Tomasi di Lampedusa, delle cui lezioni sulla letteratura inglese e su quella francese fu il principale destinatario, e dal quale raccolse a quell’epoca un giudizio assai positivo su quello che sarebbe stato poi “La doppia seduzione”.
Il manoscritto è rimasto poi in un cassetto una quarantina d’anni e, dopo averlo ripreso, Orlando gliene ha dedicati più o meno altri dieci. Fino alla pubblicazione, avvenuta recentemente.
La storia è decisamente triste, e non solo: è triste su due piani differenti. Quello del generale e quello del particolare, per così dire. La vicenda umana dell’adolescente (e poi giovane) Ferdinando – fatta della sua insicurezza e della sua introspezione, dei sui malcelati e non corrisposti (o comunque non esplicitamente) amori omosessuali, del suo rapporto intricato e sofferente con Mario – non può che dispiacere e rammaricare profondamente. Ma questa vicenda personale – come spesso accade – tracima in quella sociale, ed è a propria volta da quella segnata.
Se è possibile, l’aspetto generale della questione fa più rabbia ancora di quello particolare, che ne è a ogni modo evidentemente un prodotto. Perché le convenzioni, le chiusure, le maldicenze in agguato, le prese in giro crudeli, risultano ugualmente insopportabili oggi come nel secondo dopoguerra che fa da sfondo al romanzo. Probabilmente non è questo lo spazio per le battaglie sociali, ma devo almeno dire quanto per me sia avvilente, odioso e doloroso pensare che la nostra società sia ancora chiusa nei confronti dell’omosessualità, così come di ogni diversità.
Non voglio entrare nei dettagli della trama, nella natura contraddittoria e spesso squallida dei comportamenti di Mario, anche perché è proprio in quei dettagli che il libro ha il suo corpo. Mentre ha – a mio avviso – il suo pregio più grande nello stile. Non so se dipenda dall’epoca della sua prima stesura o dall’età dell’autore al momento dell’ultima, ma il linguaggio ha qualcosa d’altri tempi che rapisce. Un linguaggio carico senza essere pomposo, denso, capace di figure retoriche complesse. Una forma che spesso arriva al concetto girandogli prima attorno, prendendolo da un lato imprevisto e non subito riconoscibile, così che il lettore abbia la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di assolutamente nuovo per lui, mai percorso, per poi abbandonarsi rassicurato a qualcosa che invece riconosce, ma che nel frattempo gli ha stimolato pensieri e messo in moto riflessioni.

La doppia seduzione
156 pagine
Einaudi 
Euro 13

Camminare. Dappertutto (anche in città) - di Tomas Espedal

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Io cammino molto. Mi piace. E poi mi è utile, visto che non guido; ma questo adesso non c’entra. C’entra il piacere di camminare, che è anche un piacere faticoso a volte, ma soddisfa anche per quello; e il piacere di tutte le cose che uno può metterci dentro. Io ci metto dentro persino la lettura, perché – anche se mi ripetono tutti che è strano, ed è strano che ci riesca – mi viene invece proprio naturale leggere camminando. È come se il passo mi desse un ritmo che addirittura sostiene la mia concentrazione sulle parole. Incastrare così due piaceri tanto grandi non è poca cosa, quindi – anche se tutti mi ripetono pure che un giorno andrò a finire contro un palo – finché funzionerà lo farò. Anche Tomas Espedal tiene in stretta relazione il cammino e la lettura (anche se non nel mio modo), e anche la scrittura per la verità (per la quale lui trova spesso ispirazione durante i suoi spostamenti). Il libro si chiama, manco a dirlo, “Camminare”. È un’opera curiosa e originale, difficile anche definirne il genere: in libreria quasi certamente lo troverete nella letteratura di viaggio; ma molto probabilmente non lo rimettereste lì dopo averlo letto. Il sottotitolo è “Dappertutto (anche in città)”, perché l’autore-protagonista è un vero camminatore, uno di quelli che percorre a piedi tappe di viaggio, lunghe distanze, itinerari attraverso Paesi lontani dal suo. La lettura appartiene a questi spostamenti perché, tra i pesi ben selezionati da caricarsi sulle spalle, i libri trovano quasi sempre posto – salvo doversene ogni tanto necessariamente liberare come di una zavorra una mongolfiera. Non solo: consegna al lettore anche una serie interessante di riferimenti letterari (o biografici su artisti) in diversa maniera legati (e favorevoli) al camminare.
Accanto al romanticismo – artistico, ma anche quello ispirato dalla bellezza della natura, quello prodotto dall’imprevedibilità di certi incontri – trovano posto vesciche e stanchezza, notti all’addiaccio (che non sempre sono romantiche), sporcizia e delusioni. Prosaicità la cui sopportazione e il cui superamento sono però motivo di appagamento e sollievo.
Detto questo, c’è un’altra cosa. Che potrei averci letto solo io, in verità, ma che è stata la ragione per la quale più di tutte le altre io questo libro l’ho regalato e/o consigliato.
Io ho la sensazione che Espedal dica al lettore che ci sono tanti modi in cui è dato vivere, che ognuno è libero di avere il proprio, e che ciascuno è giusto se è quello che davvero ci appartiene. (Provando evidentemente a eliminare serial killer e affini). E allora si può vivere fermandosi a guardare quello che succede fuori dalla finestra, provando piacere in un sorso di birra o annientandosi di ubriachezza, leggendo su un divano e sotto un plaid, restando sospesi e irrisolti. O, chiaramente, camminando. Anche senza meta.

Camminare. Dappertutto (anche in città).
Traduzione di Lucia Barni
208 pagine
Ponte alle grazie
Euro 15

GIORNI DI GHIACCIO di Marco Confortola

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“Giorni di ghiaccio” di Marco Confortola è più cose insieme: è certamente un racconto autobiografico; è il resoconto personale di un’esperienza che è anche un fatto di cronaca (una drammatica spedizione sul K2); ed è un libro che dice delle cose forti sull’umanità e sulle sue molteplici sfumature, sui punti di vista dai quali si può guardarla e persino viverla, sulla relatività di certi gesti. Confortola è alpinista estremo, guida alpina, tecnico di elisoccorso, maestro di sci; ed è soprattutto uno che ha scalato alcune delle montagne più alte del mondo, i famigerati ottomila metri. Per descrivere cosa si prova quando ci si trova davanti a uno di loro e si sta per affrontarlo, scrive: “È un momento di pura spiritualità, o di sola fisicità, non lo so”. Questa è la frase del libro che mi è piaciuta di più. Tra l’altro io penso che la pura fisicità e la spiritualità siano la stessa cosa a volte. Ma credo anche che questa affermazione sia la miglior sintesi del senso che ciò che fanno Confortola e quelli come lui racchiude. Dire che salire in vetta a un ottomila metri è un atto di resistenza fisica – così come dire che equivale a provarsi, superarsi, arrivare al limite, mettere in conto che si può rischiare la vita – è scontato. Anche se c’è da aggiungere chiaramente che il controllo della propria testa e delle proprie emozioni è altrettanto fondamentale per arrivare in cima, e (cosa per nulla più semplice, anzi) per tornare a valle. Ma uno non sale sull’Everest, sull’Annapurna o sul K2 solo per controllare se è allenato. Lo scarto di senso è lì: quello sforzo fisico estremo si trasforma in qualcosa che – amplificandone al massimo le possibilità – trascende il corpo. Senza dimenticare che questo sforzo si compie tra il biancore della neve e i ghiacci, nel silenzio assoluto, sovrastati dalla montagna, al cospetto di tutta la potenza della natura – e la natura cos’è, se non di nuovo pura fisicità e assoluta spiritualità?
Questo è quello che io ho sentito e creduto di capire leggendo questo libro. Ma c’è ancora una cosa. “Giorni di ghiaccio” ha per sottotitolo “Agosto 2008. La tragedia del K2”. La spedizione infatti si trasformò in tragedia. Undici persone morirono, e Marco Confortola ha subito l’amputazione di tutte le dita dei piedi, congelatesi durante la discesa. Dopo ci sono state molte polemiche, sull’esperienza dei partecipanti, sulle scelte dei percorsi, sui soccorsi, su alcuni fatti terribili accaduti durante quella salita. Io naturalmente non so giudicare le accuse da un punto di vista tecnico, e non so valutare se Marco Confortola avesse o meno le carte in regola per affrontare il K2 (anche se il fatto che sia arrivato in cima e sia riuscito a tornare indietro dovrebbe dimostrare di sì), ma mi è capitato di vedere un paio di sue interviste in televisione. E questo se non altro mi consente di averne un’idea dal punto di vista umano. Ebbene, l’idea è che Marco Confortola sia un ragazzo per bene e in gamba, non si direbbe proprio uno che non conosce e rispetta i propri limiti, uno che non si spende per gli altri; l’idea è che sia onesto, solido e sincero. Un uomo dal corpo squadrato e possente, con gli occhi puliti come uno immagina che siano i ghiacciai, con emozioni che non hanno pudore.

Giorni di ghiaccio
139 pagine
Baldini Castoldi Dalai editore
Euro 18

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